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Arretrati
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Claudio
Demattè
Globalizzazione ed etica
Per un impresa italiana di qualità.
Intervista a Claudio Demattè, professore di strategia di
internazionalizzazione aziendale.
di Eleonora Rambaldi
Personalità di grande
autorevolezza nel mondo accademico, Claudio Dematté è
conosciuto anche dai non addetti ai lavori per le significative
esperienze alla guida della Rai (1993-94) e delle Ferrovie dello
Stato (1998-2001). A lui abbiamo chiesto criteri di orientamento
in un mercato globale così problematico.
Si parla ormai da mesi di una
imminente ripresa dell’economia, ma finora le attese sono
state deluse. In questo scenario ancora difficile ed incerto non
è facile gestire un’impresa. Quali sono, a Suo avviso,
i principi a cui attenersi?
La mia impressione è che la ripresa non sia ancora imminente:
i segnali che si avvertono sono ancora troppo timidi e sporadici,
e settori fondamentali della nostra economia sono ancora in difficoltà.
Rimango perciò fortemente convinto che l’attenzione
ai costi sia ancora una variabile fondamentale, ma al tempo stesso
è vitale per un’impresa investire anche nei momenti
difficili. Una disciplina ferrea, che tagli tutti i costi di gestione
corrente che non creano valore per il cliente finale può
permettere di creare spazi per fare investimenti. Le imprese che
hanno saputo affrontare il problema in questi termini sono riuscite
a sviluppare prodotti nuovi anche in momenti critici, e riducendo
i costi hanno potuto abbassare i prezzi e quindi reggere il mercato
anche di fronte ad una diminuzione della domanda.
Lei è un sostenitore del
valore dell’internazionalizzazione dei mercati. Ma la globalizzazione
sembra danneggiare l’economia europea a favore delle grandi
aziende USA…
L’economia europea soffre perché parte di questa
recessione è dovuta ai processi di internazionalizzazione
dei mercati, che trascinano molte produzioni verso i paesi in
via di sviluppo senza che ciò venga compensato dalle esportazioni.
È vero quindi che si può vedere in alcuni settori
uno strapotere delle imprese americane, ma generalmente è
fondato su una innegabile superiorità tecnologia; noi siamo
più deboli perché abbiamo produzioni più
attaccabili dai paesi in via di sviluppo…
… una realtà di cui
risente particolarmente il mercato italiano, in cui le piccole
e medie imprese costituiscono la stragrande maggioranza.
L’economia italiana soffre ancora di più del resto
d’Europa perché il suo baricentro produttivo si era
attestato su produzioni ad alta intensità di lavoro (penso
all’abbigliamento, alle calzature, all’arredamento…)
sia per capacità creative che per un basso costo della
manodopera. L’attuale ciclo storico vede queste produzioni
migrare in altri paesi ancora a più basso costo del nostro,
e la nostra economia resta molto debole dove sono necessari alta
tecnologia e sofisticati know-how.
Che fare?
Credo che le imprese italiane debbano concentrarsi su quel tipo
di produzioni su cui hanno vantaggio competitivo: anche nelle
produzioni esposte a questa migrazione internazionale ci sono
segmenti difendibili, per esempio l’abbigliamento di fascia
alta. La sfida è quella di riuscire ad esportare in tutto
il mondo, compensando così la perdita delle fasce basse
di prodotto. La strategia di internazionalizzazione è quindi
fondamentale in questo processo.
Recentemente ha scritto un libro
sull’eBusiness e curato il saggio “L’Araba fenice:
economia digitale alla prova dei fatti” che tra l’altro
comprende una rassegna di casi di successo dell’economia
di rete: il ruolo delle nuove tecnologie è sempre più
visibile…
Proprio sotto la spinta fortissima dell’apertura dei mercati
le imprese devono focalizzarsi su quegli anelli della catena del
valore sui quali hanno una superiorità, dando il resto
in outsourcing. L’impresa si trova così a dover interagire
con terzisti di vario tipo e in diverse fasi della catena del
valore: ciò che ne deriva è di fatto un’impresa-rete.
Le nuove tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni
sono uno strumento straordinario per tessere insieme questa filiera.
Internet non è - com’era stato visto con troppa leggerezza
in passato - lo strumento che sostituisce gli intermediari, è
invece ciò che consente di gestire in tempo reale e a bassi
costi il rapporto con i fornitori, e di collegarsi con i clienti
in modo profondo e interattivo: in questo modo le imprese possono
ricostruire il loro modo di lavorare, diventare più efficienti
e più “responsive”, acquisire cioè una
maggior capacità di risposta al mercato.
Su Economia & Management,
la rivista di cui è direttore, viene data molta attenzione
alle problematiche del mondo del lavoro. Molto spesso il necessario
taglio dei costi si traduce in una riduzione di risorse umane…
Il rapporto fra tecnologie e capitale umano è un rapporto
controverso da sempre, perché le tecnologie aiutano il
lavoro dell’uomo ma lo sostituiscono anche, e la dialettica
sul tema è in continuo divenire. L’importante è
riuscire a preparare le persone all’uso delle tecnologie:
chi sa utilizzare le nuove tecnologie difficilmente viene sostituito
da esse.
È un dato di fatto poi che la globalizzazione porta alla
schiacciante concorrenza dei lavoratori a basso costo che vivono
nei paesi lontani: in questo caso, è necessario aiutare
i nostri lavoratori ad essere capaci di fare qualcosa di più
e di diverso.
Lei è particolarmente sensibile
al rapporto tra affari ed etica: quali sono le responsabilità
sociali che le imprese non dovrebbero dimenticare?
Sono un sostenitore convinto del fatto che i mercati riescono
a migliorare la qualità della vita. È però
un dato di fatto che esiste anche una “pars destruens”,
che cioè quando i mercati operano emarginano imprese e
lavoratori meno efficienti. Laddove ci sono mercati efficienti
ci sono anche lesioni, ferite, aziende che falliscono, aree geografiche
che perdono imprese e posti di lavoro. Fronteggiare questo tipo
di situazioni significa affrontare problemi di natura etica. Credo
che sia responsabilità innanzitutto politica proteggere
i perdenti di questo gioco. È però responsabilità
dell’impresa mantenere il rispetto delle persone, quindi
rimanere in equilibrio economico salvando il maggior numero di
posti possibile.
Le imprese si trovano di fronte a problemi di etica anche di fronte
agli azionisti di minoranza, o all’ambiente: per esempio,
la pressione del mercato non giustifica l’inquinamento.
È sempre più evidente che le leggi non sono sufficienti
ad arginare le diseconomie che le imprese possono creare, quindi
c’è bisogno di una forma di autocontrollo. L’etica
non è solo il rispetto delle leggi, è anche capire
che le azioni che creano uno squilibrio con l’ambiente nel
quale l’impresa è inserita, se anche raggiungono
gli utili nell’immediato si pagano nel medio e lungo periodo,
e possono rivelarsi un pericoloso boomerang.
Claudio
Dematté è professore
ordinario all'Università Bocconi di Milano, dove insegna
Economia aziendale e Strategia di internazionalizzazione. È
direttore editoriale di Economia & Management, la rivista
di direzione aziendale della SDA Bocconi.
Presidente della Rai nel 1993-1994 e delle Ferrovie dello Stato
nel 1998-2001, attualmente è presidente di AIFI (un’associazione
di fondi chiusi che investono in capitale di rischio), inoltre
è membro del Consiglio di Amministrazione di varie società.
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