In
copertina:
Franco Bernabè, presidente di
Franco Bernabè Group. La rete?
Un’opportunità strategica.
Comunicazione, contenuti, gestione
dei processi: come far crescere
l’impresa italiana.
Da top manager a imprenditore di successo: Franco Bernabè
è una figura di spicco nel panorama economico italiano per
la sua autorevolezza, la straordinaria carriera, le scelte non convenzionali.
Oggi è a capo di un gruppo di imprese tra cui spicca Kelyan
S.p.A., una “fabbrica digitale” che progetta e realizza
soluzioni di rete integrate per le imprese. Il suo Digital Magazine
(www.bernabe.it), costantemente aggiornato e ricco di informazioni
sul mondo ICT, conferma ulteriormente la sua attenzione per i nuovi
media. Un testimone d’eccezione, insomma, a cui chiedere bilanci
e previsioni in un momento di incertezza dei mercati.
Lei ha sempre affermato che
la crisi è cominciata ben prima dell’11 settembre,
e che la ripresa avrà un prezzo in termini di “selezione
naturale delle imprese”. Come vede lo scenario di quest’ultimo
anno, e quali prospettive avverte per l’Italia?
La situazione congiunturale, dopo un’iniziale breve fase di
miglioramento sul finire dello scorso anno, è ritornata a
essere piuttosto difficile: le imprese non investono e i consumatori
stanno alla finestra in attesa che ci sia un segnale di fiducia
che consenta di superare l’ansia creata dalla crisi del mercato
azionario e dal terrorismo.
L’economia di rete ha modificato
gli equilibri del potere economico in Italia? E se sì, in
che modo?
A mio parere l’economia di rete, pur essendo un fenomeno molto
importante, non può essere considerata come un elemento indipendente
dalla più generale evoluzione economica.
La rete è uno degli elementi che favoriscono la gestione
dei processi aziendali e amministrativi e quindi la crescita di
un’azienda, il superamento delle lentezze della burocrazia
interna o la cattiva comunicazione interna ed esterna. Credo che
le grandi imprese italiane abbiano colto per tempo le opportunità
offerte dalla rete e adeguato di conseguenza i propri sistemi. Il
tutto con largo anticipo rispetto alle piccole e medie imprese,
che appaiono invece in ritardo nell’utilizzo dei nuovi strumenti
informatici. Per rispondere alla sua domanda, direi quindi che l’economia
di rete è un fenomeno che non ha inciso sugli equilibri del
potere economico nel nostro paese; nello stesso tempo però
temo che il ritardo accumulato dalle PMI possa essere un fattore
di freno non solo per la loro crescita ma anche per la loro competitività
a livello internazionale.
Il fallimento delle cosiddette dotcom. Immaturità del mercato,
improvvisazione imprenditoriale o manageriale, modelli di business
troppo “fantasiosi”..: a quali cause attribuisce maggiormente
la responsabilità?
Tutti i fenomeni da lei citati hanno avuto un peso importante nel
fallimento delle dotcom, e a questi fattori aggiungerei sicuramente
la repentina depressione dei mercati iniziata nella prima metà
del 2001 e acceleratasi dopo l’11 settembre. A mio avviso
però, oltre che per i lati negativi, l’esperienza delle
dotcom va valutata anche per ciò che di positivo ha prodotto
in termini di diffusione delle nuove tecnologie ? internet sopra
ogni altra ? e in termini di diffusione della cultura imprenditoriale
e tecnologica fra le nuove generazioni. Un fenomeno quest’ultimo
che riguarda soprattutto gli Stati Uniti ma che ha una forte rilevanza
anche per l’Europa.
La Kelyan S.p.A., a dispetto della
generale situazione, è in costante crescita: al secondo anno
di esercizio un fatturato di 18 milioni di euro. Un successo frutto
di una “vision” diversa del significato della Net Economy?
Probabilmente è così. La nostra ambizione, fin dall’inizio,
è stata quella di realizzare una società che fornisse
progetti completi di e?business in grado di migliorare le funzioni
aziendali attraverso l’utilizzo della rete. Kelyan si occupa
di knowledge technology, cioè la capacità di saldare
la struttura e i processi dell’azienda ? e il suo sistema
di relazioni interne ed esterne ? con i sistemi informatici e internet.
Nel corso del 2001, grazie all’aggregazione di aziende già
presenti sul mercato e che condividevano questa nostra visione del
business, Kelyan ha allargato l’offerta di servizi ICT e ha
dato vita a un gruppo integrato che offre un servizio globale grazie
alla somma di competenze diverse.
Il nostro obiettivo è quello di creare un grande gruppo italiano
che sviluppi le nuove tecnologie soprattutto nel settore delle medie
imprese, che sono la struttura portante dell’economia italiana.
Le aziende investono sempre di più
nell’integrazione dei sistemi informativi e nella business
intelligence, ma la strada per lo sviluppo di un vero CRM, ovvero
di una capacità reale di relazionarsi con il cliente, è
ancora lontana. Eppure è ormai riconosciuto da tutti che
la relazione con il cliente è ciò che permette, in
un mercato competitivo, l’acquisizione, la gestione, e soprattutto
il mantenimento dei clienti. La tecnologia è più rapida
dei tempi umani di assimilazione: come superare questo gap?
Sono d’accordo sul fatto che esista un gap fra tecnologia
e tempi umani di assimilazione.
Tuttavia lo sviluppo lento e incerto del CRM, fenomeno riscontrabile
a livello mondiale, dipende anche da altri fattori quali la mancanza
di strategie di marketing realmente orientate alle esigenze del
cliente o la scarsa integrazione fra le iniziative di CRM e i vari
settori aziendali. In generale però direi che forse l’errore
più diffuso è il dimenticare che il CRM, ancor prima
che una soluzione informatica, è una modalità di approccio
al mercato che tende a costruire relazioni stabili con i clienti:
perché ciò avvenga non bastano gli investimenti in
tecnologie sofisticate, è fondamentale poter contare su risorse
umane preparate che sappiano capire le necessità del cliente.
In altre parole, è importante investire sulla preparazione
degli addetti alla gestione del processo.
Con Andala, oggi
H3G, si è aggiudicato la licenza per l’UMTS, il telefono
di terza generazione. Molti lo giudicano il futuro delle telecomunicazioni,
altri sono scettici sulla possibilità di conquistare un mercato
saturo. Lei detiene ormai il 2% della società, continua a
credere nel progetto? Quali saranno secondo Lei le killer application,
i servizi che ne determineranno il successo?
Continuo a pensare che l’UMTS sarà un successo e che
i telefoni di terza generazione avranno lo stesso impatto che ha
avuto il Gsm all’inizio.
La fortuna dell’UMTS non sarà determinata da applicazioni
particolarmente sofisticate; sarà l’esperienza di comunicazione
in sé che, associando il messaggio visivo a quello vocale
o scritto, ne determinerà il successo.
Si dice sempre che la differenza
nei servizi la fanno i contenuti. Lei ha dimostrato di crederci,
dal momento che il Gruppo Bernabè ha partecipazioni in società
che si occupano di produzione di contenuti per il web e il wireless,
e di formazione a distanza (Full Contents S.r.l., Edirete, Individual
Training S.p.A.). Ma i contenuti di qualità costano, e la
competizione nel settore telco è spesso giocata sui prezzi.
Come si può restare competitivi mantenendo alta la professionalità?
Quello dei contenuti è un settore in cui la competitività
è data dalla qualità, non dai prezzi. Le faccio un
esempio banale: un’impresa ha sicuramente più interesse
a investire in un corso di lingue via internet garantito da una
certificazione internazionale piuttosto che in un prodotto analogo
di dubbia provenienza ed efficacia, seppure con un costo minore.
Credo pertanto che si debba puntare soprattutto sulla qualità
e la professionalità, poiché il mercato dei contenuti
nel lungo termine premia queste caratteristiche.
I numerosi ridimensionamenti,
se non fallimenti, di società di recente costituzione e apparentemente
di successo hanno fatto salire alla ribalta il tema del mercato
del lavoro nell’economia di rete: quali sono le caratteristiche
specifiche del settore per quanto riguarda le risorse umane?
Nel settore si è puntato soprattutto su tecnici informatici
molto specializzati; oggi, proprio alla luce di quanto è
successo, direi che la specializzazione in un solo settore, per
quanto d’eccellenza, possa essere rischiosa. Mi sembra perciò
che si debba tornare a figure più flessibili: una buona preparazione
universitaria ? preferibilmente scientifica, ma non necessariamente
? e la conoscenza di una o più lingue, se unite a flessibilità
e desiderio di imparare, rappresentano un buon bagaglio per affrontare
il mercato del lavoro senza timori.
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